La storia degli ultimi abitanti del Castello di Carini, tra amori, destino e leggenda

 
Certe storie sono straordinarie non solo per quello che raccontano, ma anche per lo sguardo d’insieme di un’epoca che sintetizzano; un punto di vista dove in maniera realistica ma anche affettuosa s’intrecciano amori, famiglie, sentimenti, storia. In questo caso parliamo proprio della nostra storia, quella carinese, nata e sviluppatasi all’ombra del castello che fu della baronessa Laura Lanza di Trabia.
Attraverso le nostre pagine in questi anni abbiamo riportato tanti aneddoti ed aspetti tradizionali legati a Carini e ai carinesi, segni del nostro passato che rappresentano oggi la nostra memoria alla quale non vogliamo rinunciare malgrado la crisi di valori che questa società ci propone ogni giorno.
Vi stiamo per rendere partecipi di una storia di un amore negato e che poi il destino ha voluto che avesse dopo quasi 50 anni il lieto fine, una storia ambientata proprio tra le mura del castello baronale un tempo residenza della famiglia baronale La Grua- Talamanca e dai primi del novecento però abbandonato a se stesso, soprattutto quando nel 1812 la famiglia nobiliare con la caduta del feudalesimo lasciò Carini e la Sicilia per trasferirsi in Francia. Inizialmente importante roccaforte d’avvistamento, poi lussuosa dimora estiva, con “l’abbandono” della famiglia La Grua, il castello inizia a subire il degrado del tempo. Proprio da questo momento in poi le storiche mure vengono abitate da alcune famiglie locali.
 
A prenderci per mano e portarci dentro questa storia è la novantenne signora Maria Canepa, una donna minuta dall’aspetto vispo e dal carattere forte e deciso, aspetti che la veneranda età non ha scalfito minimamente. Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale, le famiglie Canepa e Nobile si sono qui stabilite da almeno due generazioni. Quando ci parla la signora Maria ci descrive in ogni sua peculiarità quella dimora che l’ha vista nascere, crescere e vivere gran parte della sua esistenza con i genitori (il padre Salvatore era un calzolaio), con gli otto fratelli (sei maschi e due femmine) e con gli altri parenti della famiglia Nobile. Ignara dei mutamenti che il castello ha subito in questi anni, ci parla di una struttura dove il tempo si è fermato, con il maestoso portone con archi che apriva la vista sull’atrio interno tutto costituito da terreno, dove dominavano due giganteschi alberi di gelsi; da qui l’accesso ai locali del piano terra, in quel momento trasformati in stalla per gli animali, il vecchio salone delle Derrate in falegnameria dello zio Giosuè Canepa, in diverse stanze da letto comuni; inalterata la chiesetta con il tabernacolo dove ogni sette giorni il parroco veniva a dire la messa. Le stanze del piano superiore non erano abitate, anche perché il tetto in molte sue parti era pericolante e ogni anno arrivate le prime piogge lo zio Giosuè rattoppava al meglio i tanti canali in terracotta divelti dalle intemperie. In quel momento soprattutto le stanze del primo piano erano arredate con tanti mobili lasciati lì in balia del tempo dai nobili. La lucida memoria della signora Maria ci descrive la Carini di quel tempo da quel particolare punto di vista simile ad una corte di epoca medioevale dove però mancava il sovrano; dell’avvento del fascismo e lo sbarco degli alleati, del separatismo e la mafia, delle amicizie e del vivere in famiglia, fino all’amore. E si proprio dell’amore, quel forte sentimento provato per Marino, quel baldo militare venuto da Ferrara per contrastare l’ascesa del bandito Salvatore Giuliano. Un amore platonico vissuto per quattro mesi e nato proprio all’interno delle mure baronali dove in quel momento militari e carabinieri venuti da fuori venivano ospitati. Solo sguardi e poche parole scambiate, perché Marino, che era stato chiamato alle armi percorrendo tutta la penisola fino al profondo meridione, di professione era un contadino e le sue mani sporche di terra e forgiate dalla zappa non bastavano per conquistare quella giovane donna e soprattutto il padre, che non concedeva la figlia ad uno sconosciuto venuto da lontano.

In un entra ed esci da questo racconto misto tra guerra e povertà, s’inserisce la storia di Giuseppe Nobile, oggi settantenne carinese che rivendica un primato particolare: il 12 agosto 1945 è stato l’ultimo nato all’interno del Castello di Carini.
Anche il suo è un racconto ricco di aneddoti legati a quegli anni vissuti nel borgo Terravecchia e nel suo storico palazzo, ai pomeriggi passati a giocare sul bastione dalla quale ieri come oggi si può ammirare perfettamente tutta la pianura sottostante ed il mare, con l’Isola dell Femmine ed Ustica in bella mostra. Tra tutti l’aneddoto che rapisce il nostro pensiero e ci porta per un’attimo nella leggenda che ha fatto conoscere Carini nel mondo, è quello legato alla tinteggiatura della parete con la mano insanguinata che per essere resa più veritiera, veniva riprodotta attraverso un mix di vernice e polvere. A questo ci pensava Ciccio Anselmo. Tutto ciò comunque bastava a quei ragazzini per spillare qualche dollaro ai creduloni visitatori che a partire dai primi anni sessanta venivano a ricercare quell’impronta che secondo leggenda in occasione dell’anniversario del delitto compariva sul muro della stanza dove venne uccisa Laura. Di questa vicenda ne parlò nel 1965 anche l’allora Programma Nazionale attraverso la trasmissione “L’Approdo”, che mandò in onda un’intervista alla madre della signora Maria e all’ora Sindaco Finazzo.
Come la maggior parte dei castelli di Sicilia la sua storia è legata a quella di tutta l’isola, alle dominazioni e alle famiglie che si sono contese il potere fino ai tempi moderni. Nel 1975, al seguito del crollo dell’ala ovest, gli eredi La Grua decisero di donare il castello al Comune di Carini, e proprio in quell’anno per mano di tale avvocato Bruno, le famiglie Canepa e Nobile, ricevettero un lettera che li intimava ad abbandonare quella dimora, perché da li a poco sarebbero iniziati i lavori di restauro.
In quel momento comunque la struttura era stata già in gran parte “abbandonata”, la povertà aveva infatti determinato l’emigrazione verso gli states e il nord Italia di gran parte dei componenti delle due famiglie.
Ma il filo conduttore di questo racconto, cioè la storia d’amore di Maria e Marino (Rascone), intanto non si è per nulla spezzato, malgrado i due si erano intanto sposati, lei a Carini con tale Ciccio Buzzetta e lui a Bologna. Marino infatti pur da sposato, non abbandonava il pensiero di rivedere quella fanciulla che evidentemente gli aveva rapito il cuore tanti anni prima, e per questo per anni provò a mettersi in contatto con lei attraverso svariate lettere; per un motivo o per un altro o semplicemente perché il destino aveva deciso che non era il momento tutto ciò non si verificò fino al 4 dicembre del 1990 (esattamente a 427 anni dalla tragica fine della baronessa di Carini), quando grazie ad un parente impiegato all’anagrafe, Marino riesce a rintracciare il nuovo domicilio di Maria, che intanto si era trasferita in via Papa Giovanni. I due intanto erano rimasti ambedue vedovi da alcuni anni.

Tornato a Carini dopo ben 46 anni, Marino riabbraccia finalmente Maria e il loro amore può finalmente avere il giusto coronamento.
Amore, sentimenti, segni del destino, leggenda, non manca nulla in questa storia a lieto fine per essere sceneggiata dal miglior Camilleri, intanto io umilmente affido questo racconto che parla della mia amata Carini a voi lettori carinesi e non solo, augurandomi che storie come queste non vengano lasciate nel cassetto e che anzi possano contribuire alla rinascita culturale di questo paese.

 
Fonte:
"www.ilcarinese.it"
 

27/05/2015

Riaprono le catacombe di Villagrazia di Carini

 
 
 

Riaprono dopo quindici anni le Catacombe paleocristiane di Villagrazia di Carini. Ci sono voluti quattordici anni di ricerche archeologiche per restituire una delle testimonianze più importanti del Cristanesimo nella Sicilia romana e bizantina . Tremila e cinquecento metri quadrati che si snodano in gallerie con arcosoli e cubicoli, tombe impreziosite da affreschi di ispirazione biblica e da iscrizioni e vari reperti ossei e ceramiche dell’epoca. Conobbe il suo massimo momento di lustro nel 1899 quando l’allora direttore del Museo di Palermo e Soprintendente alle antichità Antonino Salinas ne riconobbe l’importanza storico – artistica ma subito dopo fu nuovamente dimenticata. Addirittura, per qualche tempo fu utilizzata come discarica. Le ricerche archeologiche sono partite nel Duemila a cura della Pontificia commissione di archeologia sacra in collaborazione con il dipartimento di archeologia dell'Università di Palermo Rosa Maria Carra ispettore per la Sicilia occidentale per la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Spesi ventitremila euro, diciotto dei quali finanziati dalla cooperativa ArcheOfficina gestita dai tre archeologi Michele Mazza, Daniela Raia e Antonio Marco Correra che ha curato i lavori di fruizione e valorizzazione del sito. I restanti cinquemila euro sono stati donati dall’Arcidiocesi di Monreale competente per il territorio della Curia di Carini. (michela misuraca). 

 
Fonte:
 "Palermo.repubblica.it 
                                                                                                                             
 

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